Un mese fa iniziava la 83ª edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Come ogni anno i giorni del festival sono stati caratterizzati da accese discussioni riguardanti l’assegnazione dei premi che, inesorabilmente, portano ad arditi paragoni con le precedenti edizioni.

Proprio pensando ai Festival degli ultimi anni e ai loro trionfatori, una peculiare quanto significativa immagine continua a tornare alla mia mente: Jim Jarmusch che, dopo aver ricevuto tra le proprie mani il Leone d’oro assegnatogli dalla giuria presieduta da Alexander Payne, iniziò il discorso di ringraziamento pronunciando le seguenti parole: “Oh, shit!”. Jarmusch continuò il proprio monologo in maniera coerente con l’atteggiamento schivo e per nulla disinvolto che da sempre lo caratterizza, per poi accogliere gli scroscianti applausi e prepararsi alle foto di rito. Ripensando a quel particolare incipit però, una volta conclusa la cerimonia, un persistente dubbio prese subito forma, ossessionando i miei pensieri: avevo appena visto un regista semplicemente sorpreso per la propria vittoria oppure deluso dalla stessa perché per nulla a proprio agio nella celebrazione di un cinema contemporaneo in cui, forse, non crede più?

Father Mother Sister Brother, film vincitore del suddetto Leone d’oro, arrivò dopo sei anni di “silenzio cinematografico” di un regista che, insieme ad altri suoi grandi colleghi, contribuì a rivoluzionare il linguaggio della settima arte a stelle e strisce tra gli anni ‘80 e la prima decade del nuovo millennio. Infatti, reduce da un periodo “post-new hollywood” in cui il principale obiettivo sembrava essere la produzione di futuri cult e la narrazione del grande e infallibile eroe americano, Hollywood venne sommersa da una ventata di aria fresca proveniente da una nuova generazione di autori desiderosi di cambiare un paradigma narrativo funzionante, ma incapace di raccontare una realtà in cui sentirsi rappresentati. A partire dal compianto David Lynch, che nei suoi primi lavori rifiutò la maestosità delle grandi città statunitensi per dedicarsi a contraddizioni e dissonanze nelle province americane; passando da Tim Burton e Gus Van Sant, creatori di un nuovo concetto di eroe contemporaneo, scelto tra gli ultimi ed emarginati, ma non per questo immeritevoli di vivere una propria avventura; fino ad arrivare a coloro che, come Quentin Tarantino o i fratelli Coen, fecero intersecare le strade intraprese dai generi del cinema classico, fino a quel momento rimaste parallele.

Proprio tra questi registi si inserisce Jim Jarmusch, poetico narratore di quei momenti che separano ciò che è stato da ciò che, forse, sarà, autore da sempre interessato a personaggi in attesa del loro momento, consapevoli che questo forse non arriverà mai.

Ripensando a quei cineasti, però, sorge spontanea una domanda: com’è possibile che una generazione che tanto aveva creduto nel mezzo cinematografico, dopo pochi decenni sembra già osservarlo da lontano con apparente disinteresse? C’è chi ha dichiarato pubblicamente di essersi definitivamente allontanato dal cinema, chi si è spostato verso altre forme artistiche e chi ha ridotto il proprio talento ad una semplice caricatura di ciò che è stato. D’altra parte, invece, la generazione antecedente a quella fino ad ora descritta continua, dopo oltre cinquant’anni, a farsi sorprendere ancora oggi dalle possibilità narrative e tecnologiche che il cinema propone. Basti pensare al montaggio sperimentale di Robert Zemeckis nel suo ultimo Here, oppure a Steven Spielberg che con il suo Disclosure Day ha provato a ricordarci quanto sia importante lasciarsi meravigliare dal potere narrativo delle immagini.

Mettendo queste generazioni di narratori a confronto, forse una chiave per comprendere il presente (non solo cinematografico) risiede nel provare a capire il perché una si sia già smarrita e l’altra non abbia mai smesso di andare avanti. Forse la risposta si trova in quella eterna domanda alla quale André Bazin tentò a suo tempo di rispondere, una domanda che, come un sottile filo rosso, attraversa l’intera storia della settima arte, a partire dai fratelli Lumière fino ad arrivare all’intelligenza artificiale: “che cos’è il cinema?”. Tanti lo definiscono un mezzo di puro intrattenimento, in continua evoluzione nel suo inseguire il progresso tecnologico e sempre in grado di plasmare la realtà, raccontando memorabili storie in grado di lasciarci a bocca aperta. Altri, però, hanno visto e vedono nel cinema una lente d’ingrandimento in grado di canalizzare lo sguardo sulle peripezie del nostro presente, rendendolo più chiaro e comprensibile agli occhi di chi non sa guardare.

Lo smarrimento di un’intera generazione di autori sembra quindi essere sintomo del decadimento del mondo contemporaneo: come si può osservare un presente di cui si sono perse le coordinate, un presente in cui anche chi è sempre stato demiurgo dello sguardo si ritrova cieco e inerme nell’affrontare l’incomprensibile? Di fronte a tale incomunicabilità c’è chi continua a nascondersi sotto il tappeto dell’intrattenimento e chi, purtroppo, si dichiara sconfitto, rimanendo ancorato ad un cinema incapace di parlare al presente. “Oh, shit!”, così esclamò Jim Jarmusch nel ritirare il Leone d’oro, ma non fu ovviamente l’unico vincitore della serata. Poco prima di lui, la regista tunisina Kawthar ibn Haniyya ritirò il Gran premio della giuria per il suo La voce di Hind Rajab, vera storia della morte di una bambina palestinese. In mezzo a tanti arrendevoli vincitori, forse c’è chi, con quella lente d’ingrandimento, sa ancora dove guardare.