Questo non vuole essere un pezzo di analisi, né un approfondimento, né una recensione e né una lettura tra le righe. Per quello c’è chi è più bravo di me. E soprattutto, c’è chi l’ha già fatto: a maggio da Cannes (leggete le recensioni di Gianluca Arnone su Cinematografo e Mauro Donzelli su Coming Soon), a settembre da Toronto, e dal 16 di questo mese potete parlarne anche voi visto che è uscito nelle sale italiane dopo un passaggio alla Festa del Cinema di Roma.

Questo è più un racconto di un’esperienza di visione, di come un’opera riesca a entrarti dentro, e quanto ci mette a farlo.

Fatherland è stato l’ultimo film che ho visto sulla Croisette. Proprio l’ultimo giorno, il sabato, quando il festival ripropone in re-run tutti i titoli del concorso per chi se li è persi (come, in questo caso, il sottoscritto) o li vuole rivedere. Per inciso: vi ricordate il pezzo sulle differenze tra Cannes e Venezia? Ecco, al Lido questa cosa delle repliche finali non esiste (male, anzi malissimo). Ad ogni modo, chiunque abbia frequentato un grande festival internazionale - ma in fondo anche uno piccolo - conosce bene i ritmi serrati che si possono toccare: sveglie all’alba, quattro film al giorno, pranzi saltati, interviste, scrittura e quant’altro. Insomma, non ve lo stiamo qua a ripetere. Però, dopo tanti giorni così, potete immaginare in che stato fossi. E come se non bastasse, appena finita la proiezione dovevo correre in stazione a prendere il treno per Milano. Dunque, la stanchezza cronica da un lato e la fretta dall’altro non mi hanno messo nelle condizioni di godermi appieno il film.

Perché Fatherland (Miglior Regia ex aequo con La Bola Negra dei “Los Javis”, ma per chi scrive avrebbero meritato entrambi la Palma, con Minotaur di Zvjagincev ed El ser querido di Sorogoyen) va goduto fino in fondo, specialmente dopo la visione, senza fretta, prendendosi del tempo. Già a un primo sguardo è impossibile non riconoscerne una solidità, una compattezza e un rigore di fondo. Da questo punto di vista, però, nessuna sorpresa: è Pawlikowski allo stato puro, quello che conosciamo da Ida (Oscar al Miglior Film Internazionale) e Cold War (forse ancora il suo capolavoro insuperabile, premiato anch’esso per la Miglior Regia a Cannes). Quello del bianco e nero mozzafiato in 4:3 di Łukasz Żal.

Ottantadue minuti (in realtà il film dura un’ora e tredici) in cui non c’è un’immagine di troppo e un elemento fuori posto. Eppure, c’è qualcosa in più, una raffinatezza rara e, per certi versi, diversa da quella dei suoi precedenti lavori. Ed è una raffinatezza anche emotiva, che spiazza, visto che a un primo acchito potrebbe risultare un’operazione più intellettuale che sentimentale, al contrario di Cold War. Fatherland è uno di quei film destinati a crescerti dentro, giorno dopo giorno, perché si presta a una lettura talmente stratificata che è impossibile far scivolare via.

La settimana scorsa l’ho rivisto, finalmente riposato e senza treni da prendere subito dopo. E posso dirvi che questa crescita c’è stata eccome. Se a una prima visione era sembrato un film perfetto ma distante (a parte il finale), stavolta è stato travolgente.

Folgorante.

La cosa impressionante è come Pawlikowski sia riuscito a comprimere tutto in un’ora e tredici minuti. Una durata che contrassegna ormai, in linea di massima, una puntata seriale. Solo che una puntata è sempre una parte di un racconto di più ampio, un pezzo che rimanda a ciò che è venuto prima e a ciò che verrà dopo. Il film di Pawlikowski è invece compiuto, chiuso e capace di stare in piedi da solo. Non è il frammento di nessuna macro-storia. O meglio, lo è. Ma di una vera storia, quella con la S maiuscola. Fatherland ripercorre sì alcuni giorni della vita di Thomas Mann (un grandissimo Hans Zischler), del suo ritorno in patria nel 1949 - con sua figlia Erika, interpretata da una gigantesca Sandra Hüller - dopo un lungo periodo trascorso negli Stati Uniti (lo sapete, quando Hitler sale al potere lui lascia la Germania per poi non rimetterci più piede fino a quell’anno). Ma questi pochi giorni riescono a riflettere un secolo intero, le sue memorie e le sue ferite.

Riprendendo le parole di Arnone e Donzelli, Fatherland potrebbe essere definito un “distillato”. E in effetti lo è: un’esperienza sensoriale concentrata in un solo sorso.

Il regista polacco prende il Novecento intero con le sue guerre le sue colpe (che riflettono certamente quelle contemporanee), e lo riduce all’osso: un’automobile, una strada, un confine, due cerimonie e qualche stanza d’albergo. Fine. Tutto il resto lo asciuga per concentrarsi sui volti, sugli sguardi e sui silenzi. Ogni inquadratura lavora su più livelli insieme, e soprattutto si fida del suo pubblico, senza imboccarlo ma lasciandogli il giusto spazio per entrare dentro il film. Insomma, la sintesi al cinema è la cosa più difficile da fare, specialmente in un panorama audiovisivo in cui il racconto cinematografico risulta sempre più contaminato da quello seriale (dunque allungato e, spesso, annacquato). Togliere senza perdere niente richiede un controllo raro, e un coraggio che pochi autori oggi hanno.

Paweł Pawlikowski è uno di questi.

Eppure, come dicevamo prima, al rigore formale si aggiunge anche l’emozione, che ha solo bisogno di manifestarsi lentamente. Magari a una seconda o terza visione. Perché Fatherland è proprio questo: un’esperienza che richiede tempo, attenzione e lentezza per essere assorbita fino in fondo. Va lasciato decantare come ogni distillato che si rispetti.

Dunque, andate a vedere questo capolavoro totale. E poi andate a rivederlo. La prima volta vi abbaglierà. La seconda vi disintegrerà completamente.